Oggetto e soggetto
Definizione
Dipinto
Denominazione/dedicazione
Dante, Firenze e i tre regni della Divina Comemdia
Soggetti
- Dante Alighieri
- Antinferno
- Purgatorio
- Paradiso
Cronologia
Secolo
XV
Anno
1465
Da
1465
A
1465
Motivazione cronologica
Bibliografia
Autore
Domenico di Michelino; Alesso Baldovinetti
Localizzazione geografica amministrativa
Denominazione
Museo dell'Opera di Santa Maria del Fiore
Complesso monumentale di appartenenza
Complesso monumentale di Santa Maria del Fiore
Luogo
Navata sinistra, quarta campata, edicola
Rapporto
Stadio opera
Opera finale
Dati analitici
Iscrizioni
- Vogare toscano
- Pittura
- Capitali miniate
- Entro il tomo
- Dante Alighieri
- Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura/ ché la diritta via era smarrita./ Ahi quanto a dir qual era è cosa dura/ Questa selva selvaggia e aspra e forte/ che nel pensier rinova la paura
- Latino
- Pittura
- Capitali latine
- Registro inferiore
- Bartolomeo Scala
- QUI COELUM CECINIT, MEDIUMQUE IMUMQUE TRIBUNAL,/ LUSTRAVITQUE ANIMO CUNCTA POETA SUO,/ DOCTUS ADEST DANTES SUA QUEM FLORENTIA SAEPE IL Il SENSIT CONSILIIS AC PEITATE PATREM./ NIL POTUIT TANTO MORS SAEVA NOCERE POETAE, / QUEM VIVUM VIRTUS CARMEN IMAGO FECIT
Identificativi
Tipo di identificativo
Catalogo generale
Numero di identificativo di soprintendenza
09/00289673
Data di identificativo di soprintendenza
1989
Fonti e documenti di riferimento
Bibliografia
- Vasari G. (ed. a cura di Milanesi G.)
- Le Vite de' più eccellenti pittori, scultori e architetti, in Le opere di Giorgio Vasari
- 1878-1885
- IV, p. 200, nota 1
- F. Bocchi (ed. a cura di Cinelli Calvoli G.)
- Le bellezze della città di Firenze dove a pieno di pittura, di scultura, di sacri templi, di palazzi, i più notabili artifizi, e più preziosi si contengono; scritte già da Francesco Bocchi; ampliate, ed accresciute da Giovanni Cinelli
- 1677
- Pp. 294-306 note 393-394
- Follini V./ Rastrelli M.
- Firenze antica, e moderna illustrata
- 1789-1802
- II, pp. 294-306 note 393-394
- Gaye G.
- Carteggio inedito d’artisti dei secoli XIV, XV, XVI
- 1840
- Pp. V-VII
- Fantozzi F.
- Nuova guida ovvero descrizione storico - artistico - critica della città e contorni di Firenze
- 1842
- P. 348, note 689-692
- Cavallucci C. J.
- S. Maria del Fiore: storia documentata dall’origine fino ai nostri giorni
- 1881
- Pp. 249-252, p. 250 nota 1
- Poggi G. (ed. a cura di Haines M.)
- Il Duomo di Firenze: documenti sulla decorazione della chiesa e del campanile, tratti dall’archivio dell’opera
- 1988
- P. XXI, fig. 1
- Ciaranfi A. M.
- Domenico di Michelino, in "Dedalo"
- 1925-1926
- Pp. 422-424, note 1-4
- Berenson B.
- Italian pictures of the reinassence: a list of the principal artists and their works with an index of places
- 1932
- Pp. 364-365
- Wedgwood Kennedy R.
- Alesso Baldovinetti: a critical & historical study.
- 1938
- Pp. 30, 134
- Paatz W./ Paatz E.
- Die Kirchen von Florenz: ein kunstgeschichtliches Handbuch
- 1940-1954
- III, p. 384, nota 422
- Collobi Ragghinati L.
- Domenico di Michelino, in "Critica d'arte"
- 1950
- 3. Ser. 8.1949,5(1950), 31, pp. 363-378
- AA. VV.
- Piccola guida alla mostra "Firenze ai tempi di Dante"
- 1965
- N. 18,
- Tav. 16b
- Bernacchioni A. M.
- Documenti e precisazioni sull’attività tarda di Domenico di Michelino: la sua bottega di Via delle Terme, in "Antichità viva"
- 1990
- 29, n. 6, pp. 5-14, cap. 6, par. III
- Rubin P. L.
- Images and identity in fifteenth century Florence
- 2007
- Pp. 336-338
- C. Di Fonzo
- Dante e l'interpretazione iconografica di Domenico di Michelino, in "Dante: rivista internazionale di studi su Dante Alighieri"
- 2006
- III, pp. 107-114
- S. Bietoletti/ J. Frings (a cura di)
- Florenz!
- 2013
- Matteoli A.
- L’allegoria dantesca nel Duomo di Firenze: contributi alla "Vexata Quaestio" sulla vera effigie del poeta, in "Bollettino della Accademia degli Euteleti della Città di San Miniato"
- 2012
- 90.2012, 79, pp. 283-303.
- Frosinini C. (a cura di Acidini Luchinat C.)
- Testimonianze pittoriche e di arredo tra Duecento e Quattrocento, in La Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze vol. 2
- 1995
- V. II, p. 199
- tav. 7
- Verdon T.
- Il Duomo, il Battistero, il Campanile, in Il Grande Museo del Duomo di Firenze
- 2016
- P. 197
Relazioni
Descrizione
Dipinto a tempera su tela applicata su tavola, di formato rettangolare orizzontale, raffigurante il ritratto di Dante Alighieri con Firenze e i Regni della Divina Commedia (Inferno, Purgatorio e Paradiso). Al centro, appena spostato sulla destra, c’è il poeta, in piedi, in abiti del Trecento (calzari neri, berretto e tunica rossi da priore di Firenze) e i tratti del volto canonici (naso aquilino le labbra sottili), espressione malinconica e corona di alloro sul capo. Tiene sollevato nella sinistra un tomo aperto, entro cui si leggono i primi versi della Divina Commedia. Dante si volge leggermente verso la propria sinistra e apre il braccio e la mano opposta come a mostrare qualcosa. Il tomo promana dei raggi dorati che illuminano gli edifici a destra: una rappresentazione di Firenze antica sintetica ma reale nella descrizione dei singoli edifici: le mura merlate e una una porta, la Cattedrale con la Cupola (con il tamburo ancora non ornato dai marmi), la lanterna con il globo crucigero e tutto il fianco nord, la torre campanaria di Giotto, la torre del Bargello e quella del Palazzo della Signoria (entrambe col Marzocco), il Campanile della Badia fiorentina (con l’angelo e lo stemma di Ugo di Toscana) e quello di San Pier Scheraggio. A sinistra si vede la grande porta merlata dell’Inferno, con il frontone recante l’iscrizione “Lasciate ogni speranza…”, la quale apre l’accesso a un crepaccio entro cui si svolge una processione di peccatori tra diavoli con torce: sono gli ignavi che, morsi da insetti, seguono un grande stendardo bianco, tenuto da un demonio apri fila. Al centro, il terreno brullo conduce lo sguardo verso un rivolo d’acqua tra piante palustri, al di là del quale s’innalza la montagna del Purgatorio. Questa è conica, segmentata in cornici, ciascuna individuata da un diverso gruppo di anime purganti sottoposti a uno specifico castigo, dal basso verso l’alto, si vedono: i negligenti, i superbi (chini sotto il peso di un masso che portano sulla schiena); gli invidiosi (con gli occhi chiusi cuciti); gli iracondi (accecati da un fumo tenebroso); gli accidiosi (costretti a correre a perdifiato); gli avari e i prodighi (pregano stesi a pancia a terra; tra loro si vede papa Adriano VI); i golosi (che soffrono fame e sete intorno ai frutti irraggiungibili di un albero) e i lussurios (chiusi entro un muro di fiamme inestinguibili). Tra i negligenti e i superbi c’è un terzo portale merlato, che fa da cornice a una porta centinata d’oro, posta su tre gradini- uno bianco, uno verde e uno rosso - su cui siede a guardia un angelo, che con la punta di una spada incide la fronte di un’anima. Dietro il monte, a sinistra, si scorge la “valletta” amena, chiusa da cime innevate, mentre sulla cima c’è il giardino dell’Eden, con Adamo ed Eva ai lati del frutto proibito. Il cielo azzurro è solcato da archi di tonalità diverse e ciascuno segnato da una sfera dorata e da un simbolo astronomico che individua i diversi cieli del Paradiso. Nell’angolo superiore sinistro si intravede il cielo delle stelle fisse. Nel margine inferiore corre un’iscrizione, dipinta come se scolpita nella pietra.
Notizie storico critiche
Il 30 gennaio 1465 (s. c.) gli operai dell'Opera di Santa Maria del Fiore, in occasione del secondo centenario della nascita di Dante, commissionarono a Domenico di Michelino (Domenico di Francesco, Firenze 1417-1491), allievo di Beato Angelico, di eseguire una tela, su disegno del Baldovinetti, (il quale negli stessi anni forniva disegni anche per le vetrate della cattedrale). A Domenico di Michelino fu richiesto di completare il lavoro in due mesi, ma sappiamo che la tela fu compiuta solo il 19 giugno. Neri di Bicci, e Alesso Baldovinetti stesso, chiamati a valutare la riuscita della medesima, ne ritennero il valore superiore a quanto pattuito, passando da 100 a 120 fiorini. Sempre dai documenti, forniti dal Poggi (11, 2133, pp. 142-143) veniamo a sapere che Alesso non si accontentò di questa seconda offerta, e ottenne di avere 155 fiorini, per aver aggiunto di sua mano "molte cose" (di cui, però, il documento non fornisce chiarimenti). In epoca moderna il dipinto è stato per molto tempo ritenuto dell'Orcagna; in seguito quest'attribuzione fu corretta e la tela fu confusa con un altro Ritratto di Dante oggi perduto, che era stato commissionato tra il 1420 e il 1430 da Maestro Antonio, francescano e pubblico lettore della Divina Commedia. Nel 1840 il Gaye ritrovò i documenti relativi alla commissione e alla valutazione dell'opera. Quanto all'iscrizione che corre in basso, questa fu in un primo temo creduta dal Follini (1790) opera di Coluccio Salutati, mentre successivamente è stata riferita a Bartolomeo Scala (Cavallucci 1881). Nel 1950 Licia Collobi Ragghianti trovò una derivazione della tela in un codice Strozziano (148, c. 1r). L'opera è stata più volte restaurata: nel 1510 dal Cianfanini (Milanesi 1879) e una seconda volta nell'Ottocento, quando le fu aggiunta la cornice neogotica che tutt'ora la cinge. Nel 1966 è stata esposta alla mostra di Firenze al tempo di Dante e in quest'occasione restaurata nuovamente. Estesissima è la bibliografia su questo dipinto e la maggior parte della critica recente si è occupata soprattutto del problema iconografico. In tempi recenti si ricordino gli interventi di Erich Loos (1977), di Di Fonzo (2006) e di Elisa Brilli (2009); forse lo studio più esauriente è quello di Anna Matteoli, la quale ha inserito l'esame dell'opera all'interno di una più ampia ricerca sull'iconografia del volto di Dante. Un aspetto importante dello studio iconografico di quest'opera è la questione del volto di Dante; nel 2012 Anna Matteoli ha compiuto un esaustivo studio su questo argomento. Sappiamo che un Ritratto giovanile di Dante era stato affrescato tra il 1334 e il 1337 nell'Oratorio di Santa Maria Maddalena penitente al primo piano del Palazzo del Podestà, al lato sinistro dell'altare, dov'erano raffigurate le anime dei Beati. Dunque, come poi in Alesso, il poeta era calato in uno dei mondi che nel poema visitò e descrisse. In questo affresco egli tiene infatti in mano la Divina Commedia – come nell'opera di Domenico – e nell'altra ha tre frutti, immagine dei Tre Regni da lui immaginati, che nella tela della cattedrale saranno esplicitamente rappresentati; benché Gombrich non concordasse con questa intepretazione (1979, pp. 471-483). Un Secondo ritratto tornava anche nella Pala d'altare della stessa cappella. Taddeo Gaddi, intorno al 1340, si autoritrasse tra Giotto e Dante in Santa Croce, nell'affresco del Fanciullo caduto dalla finestra; qui il ritratto dovette essere certamente tratto da quello del suo maestro al Bargello e infatti, è ricordato dalle fonti "giovanetto".Un Dante più maturo e vicino a qusto di Domenico di Michelino si ammira nella basilica inferiore di Assisi, di scuola giottesca del 1314-18 ca., eseguito in occasione del soggiorno patavino del poeta. A sua volta, questo Dante più maturo ritorna tra gli Eletti della cappella di Nardo di Cione in Santa Maria Novella (1354-1357). MA in questi ritratti primitivi il poeta e politico appariva di profilo. Nei decenni successivi, fino a tutto il Quattrocento, il volto di Dante è stato poi più volte replicato dagli artisti fiorentini e non, aggiungendo gravitas al modello Gaddiano: si ricordi quello di Benozzo Gozzoli a Montefalco e il più tardo di Signorelli a Orvieto, nonché la versione offerta dal Castagno nel salone di Villa Carducci a Legnaia nel 1450, entro il ciclo di Uomini e Donne illustri. Quest'ultimo è di centrale importanza rispetto agli altri: il Castagno immaginò per primo la testa del poeta ruotata, e il suo affresco divenne modello per il Baldovinetti nella tela del Duomo. Ma sappiamo dai documenti di valutazione dell'opera che Domenico di Michelino aggiunse "molte cose" di sua iniziativa. Il termine è piuttosto vago, ma, nel già citato saggio del 2012, si fornisce una corretta ipotesi di quali siano questi elementi aggiunti: la corona poetica, la luce promanata dalla testo che a sua volta illumina Firenze, figurata per sineddoche rappresentano le sue mura e gli edifici più importanti, religiosi e civili, come essi si presentavano nel presente del pittore. Solo la cupola del Brunelleschi appare come non poteva essere al tempo, ovvero completa dei marmi del tamburo (1480) e del globo crucigero sommitale (1471); è possibile che Domenico di Michelino abbia guardato il modellino ligneo del Ciaccheri, modificandolo appena per il dettaglio del giglio e della croce greca. Invece, è improbabile che sia di Domenico di Michelino l'idea della citazione dell'incipit della Divina Commedia e la si dovrà riferire ad Alessio.
Relazione iconografico religiosa
La tela ha la propria ragion d'essere nel più ampio progetto di celebrazione delle grande personalità fiorentine, avviato già nel 1396, quando gli operai dell'Opera decisero di riportare a Firenze le ossa di Dante, Petrarca, Boccaccio, Francesco D'Accorso e Zanobi da strada e, se anche non fossero riusciti nell'intento, di realizzarne un monumento scultoreo con "aliis ornamentis". È forse da far risalire a questo tempo la commissione per la cattedrale di un Ritratto di Dante, voluto da Maestro Antonio di Cipriano Neri, padre francescano e autorevole lettore di Dante proprio in Duomo tra il 1413 e il 1432. Il Ritratto, forse di Mariotto di Nardo e oggi perduto, era fissato a una parete di Santa Maria del Fiore, come poi quello di Michelino, e come quello aveva anch'esso parti testuali, costituite da tre epigrafi. Di tutti gli archetipi noti questa versione è quella di maggior monumentalità e complessità iconografica, ed è arricchita dal distico di fondo, dove il poeta che ha cantato “i tre mondi” è lodato quale nume della sua patria. Il dipinto non si limita a commemorare la figura di Dante come autore della Divina Commedia ma, collocandolo nel centro compositivo dell'immagine, lo eleva a perno concettuale dei quattro regni che ruotano attorno a lui e al suo testo. Quest'ultimo sprigiona una luce che ne assimila sottilmente l'iconografia a quella degli evangelisti e dei dottori della Chiesa; il testo promanante i raggi dorati significa che il suo contenuto riflette luce di verità divina. In questa prospettiva Dante ne viene quindi elevato alla dignità di teologo, oltre che di poeta ("teologo" lo definisce l’iscrizione sotto il ritratto dipinto da Benozzo Gozzoli a Montefalco). E la luce del testo illumina la città di Firenze, a sinistra, cui il poeta si rivolge, vuol significare la missione salvifica che il poeta ha attribuito alla sua opera (come egli stesso vi dichiara all’interno). Questo spiega l’espressione triste e il gesto eloquente con cui è effigiato: mostra a Firenze e ai suoi abitanti l’inferno, come se stesse rivolgendo un monito ai concittadini a salvarsi attraverso la lettura delle pagine del suo poema (e al viaggio che ha compiuto). Alla celebrazione del grande poeta si unisce quindi quella per la patria. Secondo alcuni studiosi la chiara somiglianza e la posizione speculare della porta di Firenze con quella dell’Inferno richiamerebbe l’idea di Sant’Agostino della contrapposizione metastorica tra la Civitas Dei (il regno di Dio), e la Civitas Diabuli (il Regno del Male) e sarebbe perciò un’allusione a Firenze come Gerusalemme celeste, e nuova Città Santa.
Dati tecnici
Materiali
Pigmenti a tempera, tela, tavola
Tecnica
Pittura
Misure
- Altezza: 232 cm; Larghezza: 290 cm; Profondità: 10 cm;
Mostre
Mostra
- Titolo mostra: Dal Giglio al David. Arte civica in età comunale e repubblicana a FirenzeGalleria dell'Accademia, Firenze
- Luogo mostra: Galleria dell'Accademia, Firenze
- Data inizio mostra: 14/05/2013
- Data fine mostra: 08/12/2013
- Ente organizzatore: Polo Museale Fiorentino/Opera Laboratori Fiorentini