Descrizione
L'opera è un altorilievo in marmo, entro lastra con profilo a triangolo rettangolo, con angolo retto verso sinistra. Vi si inserisce un angelo, proteso verso la sinistra dell'osservatore: la figura è semiginuflessa, con la gamba sinistra piegata fino all'addome e l'altra distesa a incunearsi nell'angolo ottuso della lastra, mentre le mani sorreggono l'estremità una tenda; il suo aspetto è efebico, la testa è allungata in avanti, gli occhi sono leggermente rivolti verso il cielo, mentre morbidi capelli mossi sono pettinati all'indietro; l'angelo indossa una tunica bordata da una frangia, e da questa fanno capolino le ali piumate: una a segnare il margine superiore, l'altra incastonata tra il mento e le mani.
I volumi appaiono deformati se visti da posizione frontale, e il marmo risulta meno lavorato nelle superifici superiori, segno che l'opera doveva esser vista dal basso e che quindi stava collocata a una certa altezza. Un tempo poi il panno della tenda doveva ricadere "fuori" della presente lastra, e il rilievo doveva così coinvolgere le adiacenti perdute, sia la centrale che la inferiore; anche la cornice è andata perduta.
Notizie storico critiche
Il presente rilievo, così come il suo pendant, facevano parte dello smembrato monumento sepolcrale al Vescovo Antonio Orso, in Santa Maria del Fiore. Il vescovo Orso morì nel 1321, e lasciò per volontà testamentaria denaro per vestire cento bisognosi e per realizzare il suo monumento sepolcrale. Prese incarico dell'attuazione delle sue volontà il giureconsulto e letterato preumanista Francesco da BArberino, a cui si devono sia la scelta della prestigiosa committenza che il progetto iconografico del monumento. Gli studi più recenti infatti, condotti da Tiziana Barbavara hanno stabilito una correlazione stretta tra i rilievi superstiti dei quest'opera e le pagine (corredate da miniature) del testo che rese celebre il Da Barberino: "Documenti d'amore". Già nel 1379 però, a seguito del completamento della navata centrale, la tomba fu rimossa dalla controfacciata e, ridotta nella forma attuale, fu trasportata nella navata destra. Solo nel marzo del 1841, nell'ambito dei lavori di riordino in chiave neotrecentesca della cattedrale riemerse in controfacciata l'iscrizione incisa da Tino a parete, che individua la corretta collocazione del sepolcro e lì fu ricollocata (priva degli angeli di cui s'era perso memoria che ne facessero parte).
Pochi decenni dopo, nell'ultimo ventennio del XIX secolo, nell'ambito delle trasformazioni post-unitarie della cattedrale, i due angeli furono prelevati dai depositi e donati alla famiglia Torrigiani da parte dell'Opera di Santa Maria del Fiore; in questi anni Pietro Torrigiani era sindaco della città, nonché membro della Deputazione dell'Opera, e la sua famiglia aveva fortemente sostenuto economicamente la realizzazione della nuova facciata; questa scultura, col suo pendant valsero da dono di gratudine. I primi studi sui due rilievi sono molto più tardi: la prima a "scoprirli" fu Piera Berrettini, che nel 1950 li attribuì alla bottega di Arnolfo di Cambio, credendoli parte della decorazione dell'antica facciata (per somiglianza agli Angeli adoranti di Arnolfo). Fu Giulia Brunetti, nel 1954 a correggere l'attribuzine a Tino, con impeccabile analisi stilistica, e a riconoscere nei due pezzi parti del monumento funebre al vescovo Orso. Gli studi più approfonditi sul monumento sono stati poi condotti da Tiziana Barbavara di Gravellona, diffusi a partire dal 1997 in una serie di saggi, di cui quello conclusivo, nel 2015, nel volume pubblicato pressoché in parallelo all'acquisizione dei pezzi da pare del Museo dell'Opera del Duomo di Firenze. In queste pagine la studiosa ha compiuto una lucida analisi stilistica dei rilievi, fondata su confronti con altre opere di Tino, fiorentine e non (i frammenti già al Museo dell'Opera del Duomo di Firenze, la tomba di Gastone della Torre in Santa Croce), rilevandone la morbidezza pittorica del modellato, assimilabile alla pittura di Simone Martini. A corollario di queste fonti, nel corso del XX secolo il monumento ha richiamato fortemente l'attenzione della critica, la quale è per larga parte concorde sull'attribuzione e sulla provenienza, ma ha proposto diverse soluzioni iconografiche per la ricostruzione del monumento. Per la posizione degli angeli reggicortina Valentiner e Brunetti proposero che essi si trovassero sul coperchio della camera funeraria; Naoki Dan riprese questa ipotesi respingendo solo la proposta che esistesse anche una perduta Elevatio animae. Al contrario, Kreytenberg propose un baldacchino intorno alla figura del vescovo, sulla cui sommità trovavano posto i due angeli. L'esame autoptico della parete di fondo del monumento ha rivelato tracce di policromia e ancoraggi che respingono questa ipotesi. Differentemente da altri casi di Elevatio animae in monumenti sepolcrali affini, in questo l'anima del defunto doveva essere rappresentata a mezzo busto, in preghiera, adorata da angeli. Purtroppo non è possibile sapere se era presente al centro una doppia rappresentazione sia dell'elevazione dell'anima che della Maestà; l'ipotesi più credibile è che il monumento fosse cuspidato, a baldacchino, e presentasse al centro l'anima del defunto accompagnata da quella di Cristo. Gli studi di Tiziana di Barbavara hanno escluso dai frammenti correlabili al monumento l'angelo tubicino del Museo dell'Opera di Santa Maria del Fiore (proveniente invece da un antico tabernacolo), così come la Cariatiude e l'angelo adorante della Fondazione Romano di Firenze, mantenendo invece l'attribuzione a questo complesso decorativo per i due soli angeli Torrigiani.
Relazione iconografico religiosa
L'iconografia dell'angelo reggicortina è antica e diffusa; Tino ha certamente tratto ispirazione dagli angeli reggicortina di Arnolfo, che "svelavano" le tre scene del ciclo mariano sulle sovrapporte dell'antica facciata. Ma in quel luogo assumevano un significato mariano, coerente al tema del ciclo della facciata, per rimando ai Cherubini ai lati dell'Arca dell'alleanza, alla tenda di Aronne che la conteneva e quindi al concetto teologico di Maria Foederis Arca. Collocate nel contesto del monumento sepolcrale essi sembrano piuttosto tenere le tende del baldacchino del catafalco del Vescovo, giacché, come gli studi più recenti hanno convincentemente ipotizzato, il vescovo è ritratto sì seduto, ma morto, come si usava disporre le salme dei notabili in occasione delle celebrazioni funebri in loro onore. Dunque gli angeli hanno la funzione di "svelare" idealmente le fattezza del compianto alto prelato. Ma rimanda probabilmente anche al gesto del servitore che solleva la tenda del baldacchino del letto del suo signore, per far entrare la luce e risvegliarlo, alludendo così alla speranza della resurrezione. Una tematica di fede più sottile, che è corroborata dalla rappresentaizone nella parte inferiore del monumento dalla rappresentazione allegorica della morte e che un tempo, era forse maggiormente rilevata ed arricchita da parti perdute del monumento, le quali (è stato supposto) potevano vedere raffigurata l'"Elevatio animae" di Orso, forse le figure della Madonna o di Cristo. In tal caso il gesto di sollevare il velo avrebbe assunto il significato di "ri-velazione", "svelamento" del mistero cristiano.